Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio

Si affaccia con il suo prospetto principale su un lato della Piazza Ventidio Basso, fulcro delle attività commerciali durante tutto il Medioevo. Costruita seguendo i canoni dell’architettura delle chiese romaniche locali è stata, successivamente, connotata da caratteristiche gotiche nel XIV secolo. È nota per essere annoverata tra le costruzioni religiose più antiche ed artisticamente significative della città e di «grande importanza per l’archeologia cristiana». È dedicata ai santi Vincenzo di Saragozza ed Anastasio il Persiano ed appartiene alla competenza territoriale della parrocchia della chiesa di San Pietro Martire.

Le sue linee architettoniche la distinguono da ogni altro edificio sacro ascolano. Per la caratteristica decorazione a riquadri della facciata è accomunata nello stile al duomo di Assisi, alla chiesa di San Pietro di Spoleto ed a quella di Santa Giusta fuori le mura di Bazzano.

Compare classificata nell’elenco dei monumenti nazionali d’Italia dall’anno 1902.

 

LA STRUTTURA

Gli anni a cavallo tra il V e il VI segnano una ristrutturazione importante che ha apportato modifiche sostanziali alla pianta della Chiesa.

Oggi presenta una pianta a forma di croce latina e una navata con absidi poligonali fortificate. L’interesse mostrato per la cattedrale di Sant’Emidio da parte dei templari si dimostra da un assetto romanico presente nella facciata.

Il periodo successivo vede l’insorgenza di due torri che, a fianco della facciata ne definiscono l’imponenza.

Gli anni successivi hanno contribuito ad una trasformazione verso lo stile gotico – rinascimentale dovuta all’insediamento di altri ordini che contribuirono a modificarne l’aspetto.

 

ARCHITETTURA

L’intera consistenza dell’odierno fabbricato religioso si compone della chiesa, della cripta di San Silvestro e del campanile.

Una rappresentazione della struttura originaria della chiesa, così come appariva probabilmente nell’XI secolo, è visibile nel dipinto ad olio su carta eseguito da Giulio Gabrielli. La pittura misura 15 cm in altezza e 9 cm in larghezza, è conservata ed esposta presso la Pinacoteca civica ascolana che ha sede in Piazza Arringo.

Cronistoria delle vicende architettoniche dell’edificio elaborate da Enrico Cesari
La ricostruzione delle vicende architettoniche di questa chiesa trova descrizione nelle parole di Enrico Cesari che illustra e sintetizza le osservazioni che ha rilevato, sul finire del XIX secolo, quando ricoprì l’incarico di curatore e di direttore dei lavori di restauro del fabbricato religioso. Gli interventi volti a rimuovere le cause che compromettevano la stabilità della fabbrica con il conseguente reintegro degli elementi deteriorati, avvenuti nell’anno 1856, compresa la rimozione degli intonaci, consentirono alla muratura di tornare all’aspetto originario e mostrare i particolari delle attività edilizie introdotte al fine di rendere la chiesa più ampia. Dall’esame condotto, Cesari desume e racconta i modi ed i tempi con i quali l’attuale edificio è stato progressivamente modificato ed ampliato.

IV secolo – A questo periodo risale la costruzione dell’attuale cripta, allora oratorio, che accoglieva le prime comunità religiose cristiane di Ascoli in un luogo stabile per il culto ed idoneo anche all’amministrazione del battesimo.
XI secolo – Epoca a cui è ascrivibile la struttura di una «chiesetta rettangolare di m. 18,50x5,60 corrispondente alla navata centrale per circa tre quarti della sua lunghezza» edificata sovrapposta allo spazio ipogeo dell’oratorio. Lo stesso spazio indicato da Giambattista Carducci come la parte più antica e «forse anteriore al IX secolo». L’«abside poligonale fu opera aggiunta e per conseguenza posteriore, mentre la torre sorse completamente distinta ed all’esterno della chiesa all’angolo sud-ovest di essa, impostata su 4 pilastri.» come quella della chiesa ascolana dedicata a San Giacomo Apostolo.
XI secolo – XIV secolo – Alla piccola facciata venne aggiunto il portale maggiore, allora costituito dalla lunetta e dal gruppo scultoreo. Non risultano altre opere di cui si possa vedere traccia dopo l’anno 1036 fino alla «completa rifattura, che la portò alle attuali condizioni e che ebbe probabilmente termine nel 1389 », ossia nel XIV secolo.

 

L’ESTERNO

Le linee architettoniche del prospetto principale spiccano per l’originalità nel loro schema compositivo, riccamente intessuto, che propone un originale ornamento.
Antonio De Santis riporta quanto scritto da Grifoni per questa facciata nel suo testo:

«L’ora incantata di Ascoli quando la fronte dei Santi Vincenzo e Anastasio diventa rosa. È un momento tra il meriggio e il tramonto, in cui tutti gli edifici di Ascoli assumono, se volti a ponente, un colore pieno di fascino.»

(E. Grifoni)

La facciata, di forma rettangolare, rimasta incompleta nella porzione superiore, è ripartita da un reticolo di 64 riquadri. Ognuno di essi è racchiuso da una lineare cornice a rilievo che crea un motivo di intersezioni verticali ed orizzontali ripetuto su tutta la parete.[35]
Il disegno della rete di linee decorative poggia su un sottostante zoccolo che percorre alla base anche i fianchi della chiesa. La superficie interna di ogni riquadratura, nel XV secolo, conteneva pitture a tema religioso. De Santis specifica che si trattava di affreschi che illustravano la storia dei santi Vincenzo e Anastasio, mentre Secondo Balena ipotizza che le rappresentazioni fossero episodi tratti dal «Vecchio e del Nuovo Testamento, nonché di tradizione popolare», come una sorta di «Bibbia dei poveri» L’intero prospetto dipinto è stato paragonato ad un grandioso e complesso polittico ormai consunto e divenuto invisibile.
Ancora ai nostri giorni, deboli tracce della pittura permangono nei riquadri inferiori.

I fianchi delle navate minori mostrano una ripartitura a lesene e sono aperti da un portale gotico ciascuno.

L’INTERNO

L’interno della chiesa, coperto da capriate, si mostra connotato di un’austera essenzialità. Lo spazio è scandito da tre navate suddivise da due file di pilastri che danno vita ad archi a tutto sesto poggianti su colonne a base quadrangolare. In fondo alla navata centrale, più alta delle laterali ed illuminata da bifore, si apre la zona presbiteriale, semicircolare all’interno e poligonale all’esterno, rialzata di qualche gradino rispetto al piano di calpestio della chiesa. È preceduta da un grande arco a tutto sesto.
La trasformazione dell’allargamento dell’aula liturgica primitiva, consistente in una sola navata, viene ricostruita e collocata dagli autori in tempi diversi.
Cesare Mariotti scrive che l’aula più antica era costituita da una sola navata con un minor sviluppo longitudinale ed una «piccola tribuna poligonale», «ma più tardi essa fu notevolmente ampliata essendole state aggiunte le navate laterali a cui nel 1389 venne addossata l’attuale e bella facciata».
Enrico Cesari ricorda che l’antica chiesetta era stata allungata per accorpare la torre campanaria e racchiuderla in un nuovo perimetro che si allargò con l’edificazione di due nuovi muri costruiti «uno a sud, tangente alla torre, e l’altro a simmetrico dalla parte opposta» che «recinsero due nuovi spazi destinati a navate laterali». I muri longitudinali della pianta rettangolare della vecchia chiesetta, racchiusi all’interno del nuovo perimetro, «vennero aperti dagli archi in breccia» e divennero gli archi della navata centrale. L’ampliamento così descritto determinò una nuova volumetria dello spazio interno dell’edificio che passò ad avere una consistenza di tre navate e le misure della pianta passarono da m. 18,50x5,60 a m. 24,10x14,90.
Altri autori ricompongono le fasi dell’allargamento della chiesa in due momenti. Antonio Salvi attribuisce al priore Bonaventura, nell’anno 1306, la realizzazione del «novum opus» citato nell’epigrafe più antica e dice che «dovrebbe consistere in sostanza nella sistemazione della navata di sinistra, nell’allungamento del corpo centrale della chiesa e nell’elevazione della facciata con il motivo a riquadri.» In seguito, nel 1389, al tempo della seconda epigrafe che cita il priore Saladino di Matteo, attribuisce «un altro intervento di carattere architettonico, vale a dire l’elevazione della parete di destra della chiesa»